“Un fermo immagine di volti, il ritratto di figure colte nell’attimo esatto della loro epifania, compongono, quasi a mosaico, il tracciato di una vita e di un io che si descrive attraverso gli incontri, i ricordi, e le verità rimaste nelle pieghe del Tempo. Lo stile è assieme ironico e greve,  dotto e popolare, in un caleidoscopio di momenti e di parole che incidono e restano”. (atteso per il 2018)

È sempre più raro, oggi, che qualcuno attenda dieci anni per pubblicare un libro. Il “tempo liquido” nel quale viviamo, per riprendere l’usurata espressione di Bauman, è in realtà un tempo divorante, dove tutto è consumato in fretta e dove l’età del narcisismo invita ciascuno e ciascuna a iper produrre per esistere, per esserci nell’olocausto del presente.

Eleonora Pinzuti invece no. Si è sottratta a lungo al rito della pubblicazione, alle richieste degli editori, alla retorica del libro finalmente stampato. Ha atteso che le parole, come il pane (lei così amante di Yuorcenar), fossero pronte per il lettore, fossero sapide, potessero nutrirlo davvero. Nel profondo.

Forse è questa attesa che fa di questo piccolo libro qualcosa di inconsueto nel panorama attuale: versi puri, mondi, limati fino alla lucentezza che ci regalano il passato, il presente e il senso della vita (a.r.).